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Il pugile “albero”: la storia di Rukeli

Ascoltare le storie dei luoghi è ascoltare la loro quotidianità di persone, di eventi, ed è possibile farlo perché negli anni, con curiosità e pazienza, sono stati raccolti i racconti dei testimoni.

Ma cosa accadrebbe se nessuno raccontasse?
E cosa se nessuno trascrivesse quelle parole?

Sarebbe come smarrire la tessera di un puzzle e l’intero quadro ne risentirebbe; per quanto piccolo possa apparire il vuoto l’insieme sarrebbe incompleto.
Proprio questo è avvenuto alla storia dei Rom e Sinti durante il regime fascista e il regime nazista a causa della mancanza di una tradizione scritta nella cultura di questi popoli, a cui va associato uno scarso interesse altrui per la loro vicenda.

Così del Porrajmos (devastazione), lo sterminio dei cosiddetti “zingari” durante la Seconda guerra mondiale, sappiamo molto poco.
Oltre 500.000 vittime dimenticate.

Cara viaggiatrice e Caro viaggiatore,
oggi vogliamo raccontarti la vita di una di queste persone, il modo più efficace che conosciamo per decifrare quegli anni e il clima di odio incalzato dalle leggi razziali.
Ti racconteremo di Johann Wilhelm Trollmann, il pugile Rukeli, soprannome che viene dal romanì ruk “albero” per il fisico statuario.

Cresciuto con i suoi otto fratelli nel centro storico di Hannover, Johann Wilhelm viene da una famiglia sinti e diventa un pugile professionista a cavallo degli anni ’20 e ’30, amato dal pubblico per il suo stile insolito per l’epoca fatto di movimenti agili, eleganti, ballerini quasi, che sfiancano gli avversari. Uno stile che renderà famoso decenni dopo Muhammad Ali.

Lo sport – e il pugilato ebbe un ruolo centrale – viene strumentalizzato dai regimi soprattutto in Germania così quando nel 1933, in seguito alle Leggi di Norimberga, gli atleti ebrei vengono esclusi dalle gare sportive e il titolo dei mediomassimi fino a quel momento detenuto da Eric Seelig è messo nuovamente in palio, conteso tra Trollmann e Adolf Witt.
Nell’incontro Rukeli è inarrestabile e domina sul campione ariano, lui, uno zingaro. Il presidente dell’associazione dei pugili tedeschi – la Deutscher Faustkӓmpfe – Georg Radamm, gerarca nazista, tenta di annullare l’incontro ma il pubblico insorge e alla fine Treollmann vince esplodendo in lacrime di gioia.

Proprio quelle lacrime saranno la scusa per privarlo del titolo di campione, rendendolo indegno agli occhi del nazismo.

Il titolo dei pesi medi è nuovamente da combattere. Sul ring Trollmann si trova di fronte a Gustave Eder ma è costretto a non muoversi dal centro del ring pena la perdita della licenza da pugile. E si ribella Trollmann con il solo mezzo a sua disposizione: l’ironia. Sale sul quadrato con i capelli ossigenati e il corpo cosparso di farina, un perfetto ariano.

Perderà, ovviamente, e da quel momento l’attenzione del governo nei suoi confronti si fa oppressione. Trollman deve divorziare per tutelare i propri cari dalla discriminazione; accetta di essere sterilizzato per evitare l’internamento e nel ‘41 è richiamato dalla Wermacht e inviato sul fronte orientale, dove intanto sono avvenute le esecuzioni di massa dei sinti russi. Nel ’42, ferito, ritorna in Germania per una licenza proprio quando viene deciso che non è più il caso di avere zingari in divisa.

Da questo momento Trollmann diventa il detenuto numero 9841 nel campo di Neuengamme, nei pressi di Amburgo, il campo dove viene sperimentato per la prima volta lo Zyklon-B come metodo di esecuzione.

Da prigioniero la sua arte è la sua condanna, costretto ogni sera a battersi contro le perfettamente nutrite SS o con altri detenuti per il divertimento dei carcerieri; però una sera, nel campo di Wittenberge, forse per esasperazione o forse per orgoglio, mette al tappeto il kapò Emil Cornelius.

Ma un prigioniero, soprattutto se zingaro, non può osare tanto, ribellarsi e vincere contro un kapò.
La vendetta sarà bestiale. Cornelius, in un agguato, lo farà massacrare di botte.
E’ il 1944.
Rukeli muore a 36 anni.

Soltanto nel 2003 la cintura da campione dei pesi medi torna agli eredi di Trollmann in una cerimonia disertata dai dirigenti del Bund Deutscher Berufsboxer, perché se la memoria della Shoah ha significato una riflessione collettiva sull’abominevole sterminio delle persone di origine ebraica, niente del genere è avvenuto per le vittime del Porrajmos.

Nessun Rom o Sinto ha testimoniato al processo di Norimberga o ha ricevuto risarcimenti per il motivo che gli zingari vennero perseguitati non per motivi razziali ma sociali, perché l’immaginario collettivo li vuole tutti crimiali.

Tuttavia ci sono stati gesti significativi per far emergere questo angolo di storia. A Kreuzberg, il noto quartiere di Berlino, dal 2010 in un giardino pubblico c’è un monumento dedicato a Trollman, un ring vuoto con il numero 9841 e, dal 2012, un altro monumento vicino al Reichstag, il parlamento tedesco, ricorda tutto il popolo dei cosiddetti zingari.

Realizzato dall’artista Dani Karavan il monumento è fatto d’acqua, un piccolo laghetto rotondo con una stele di pietra triangolare al centro, il triangolo che i prigionieri portavano – con diversi colori a seconda del “crimine” – nei lager nazisti.

Al centro del triangolo nero ogni mattina viene collocato un fiore fresco, simbolo di vita e di bellezza fragile. La vasca riporta su tutto il bordo la poesia “Auschwitz” del rom italiano Santino Spinello scritta in inglese, tedesco e romeno:
“Volto affondato
occhi spenti
labbra fredde
silenzio
un cuore lacerato
senza respiro
senza parole
senza lacrime”.

Le parole sono importanti.

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