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Si fa presto a dire “Confino”

Cara viaggiatrice e Caro viaggiatore,

per noi de I Viaggi della Memoria andare nei luoghi solitamente letti o studiati non è solo turismo o desiderio di “toccare con mano”; per noi è una costante dichiarazione di intenti: ricordare che la macro storia ha conseguenze nella vita di ogni singola persona, di ogni luogo di vita.

Così oggi vogliamo raccontarti dei confinati, muovendo dall’esperienza della città in cui molti di noi vivono: Reggio Emilia.

Prima dei partigiani, dei giovani ribelli che dopo l’8 settembre 1943 ingrossarono le fila dell’opposizione armata al fascismo e all’occupazione tedesca, c’erano gli antifascisti.

Gli antifascisti “della prima ora” furono i primi a venire perseguitati dal regime mussoliniano e dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Donne e uomini, spesso militanti in partiti e movimenti politici ormai illegali o intellettuali scomodi, costretti ad espatriare o condannati al confino, il domicilio coatto introdotto nell’ordinamento giuridico italiano con l’unità ma particolarmente utilizzato sotto il fascismo.

Ogni città italiana ha avuto un considerevole numero di confinati.

Tutti ricordano Altiero Spinelli, Carlo Levi, Alfonso Failla – meno note le donne –, quello che invece si tende a dimenticare è che ogni città italiana ha avuto un considerevole numero di confinati fra le fila degli oppositori politici.

Ma una cosa è leggere ad esempio “confinato a Ventotene”, altro percorrere strade e distanze verso quei luoghi punitivi, vedere paesaggi spesso sperduti; una cosa arrivare nel centro bianco di Pisticci e lì cercare segni delle colonie penali fasciste e perdersi in una campagna poco più urbanizzata che in passato. E solo dopo indicazioni pazienti – perché non tutto è mappato online -, arrivare in una piccola frazione periferica e trovare traccia della storia in un cartello: “Frazione Centro agricolo, già colonia confinaria 1939 – 1944”.

Attorno: desolazione.

Il cartello è posto all’imbocco di un assembramento di casolari, ieri abitati dai confinati oggi residenza di lavoratori stagionali dei campi e immigrati. Al centro dell’area la piazzetta dedicata a Umberto Terracini con accanto la via intitolata al reggiano Carlo Porta e, poco distante, la via Otello Sarzi.

Solo così, percorrendo in macchina gli oltre 800 chilometri che separano Reggio Emilia dalla Basilicata, il peso di quella condanna fascista acquista contorni precisi, ritrova tutta la sua violenza psicologica, palesa lo sradicamento dei condannati, sempre più evidente mentre cambiano i paesaggi, i sapori e i dialetti.

I contorni di quelle esperienze e vite quotidiane si fanno nitidi e si coglie in pieno il senso profondo di militanze umane, prima di essere politiche, di donne e uomini che scelsero di resistere culturalmente alla dittatura fascista in attesa di poter costruire la lotta, e per questo li ritroveremo ispiratori e organizzatori della Resistenza (1943-1945); “vecchi” militanti a dare esempio ed esperienza ai giovani che stavano scegliendo la libertà.

Ma per i “vecchi” antifascisti non fu una scelta la lotta di liberazione bensì coerenza, ostinata e caparbia nonostante i vent’anni di oppressione subita.

E tutto questo lo si comprende appieno solo viaggiando oltre…”Eboli”.

(Ascolta la testimonianza di Carlo Porta su European Resistance Archive)

Spiaggia, Ventotene Foto Marco Grifantini CC BY-SA 2.0

Frazione Centro Agricolo, Pisticci Foto Istoreco

Via Carlo Porta, Frazione Centro Agricolo, Pisticci Foto Istoreco

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