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Dittatura che hai tradizione che imponi: il fascismo contro l’albero di Natale

Cara Viaggiatrice, Caro Viaggiatore,
oggi vogliamo raccontarti una storia curiosa, poiché la conoscenza del passato ha tanti sentieri percorribili e, come ripetiamo continuamente, i piccoli dettagli ci affascinano.

Sfogliando le foto del periodo fascista non può che balzare all’occhio, accanto a simbologie fortemente evocative e magniloquenti, la capacità del regime di fagocitare elementi innocui del passato e trasformarli in presenze ingombranti, in elementi che paiono cardinali all’identità nazionale.
Ecco così che c’è stato un momento in cui l’usanza di addobbare un albero per il giorno di Natale è entrata in conflitto con il presepe, non per motivi religiosi bensì per ragion di Stato.

Il Natale è una festività vissuta e sentita in quasi tutto il globo e a varie latitudini ha determinato usanze e pratiche che l’hanno portata ad avere mille volti, uno per ogni famiglia, città e nazione.
Ogni volta poi che si parla di “tradizioni” è bene usare cautela, poiché le abitudini si modificano nel corso del tempo, impercettibilmente o meno, ma sempre e a causa di nuove mode, incontri o esigenze come guerra, pace, crisi e prosperità.

Abbiamo così città come Reggio Emilia dove le luminarie nelle strade del centro vengono appese in occasione del santo patrono già il 24 novembre, mentre la maggior parte della popolazione addobba casa per l’Immacolata; oppure Bari, dove l’albero in piazza viene allestito per San Nicola il 6 dicembre; ma quel che è certo è che nell’immaginario comune albero e presepe sono indissolubilmente legati, un classico del periodo festivo.

Per almeno una decina di anni tuttavia non è stato così, almeno non in Italia.

Lo stato fascista, infatti, era intenzionato e fortemente impegnato a inventare una lineare tradizione italica che dall’antichità, passando per il tornello fondamentale del cattolicesimo, giungeva trionfante fino alla nuova era in camicia nera. Il Natale non poteva uscirne indenne.

Siamo nell’anno 1933, precisamente il 25 novembre, quando con un’apposita circolare ai podestà la prefettura comunica la contrarietà del regime all’albero di Natale, considerato usanza nordica più che italica e dal sapore pagano, legato a culti antichi di decorazioni beneauguranti fatte di palline colorate o dolciumi, epoche dove gli alberi erano considerati presenze sacre.
Nel testo diramato dalla prefettura è così indicato unicamente il presepe quale decoro opportuno, di sana tradizione italiana, e viene caldeggiato l’abbandono dell’usanza pagana dell’abete.
Non che il fascismo stesse inventando nulla ma fu certamente una posizione curiosa nel XX secolo.

Pare infatti che la chiesa delle origini non gradisse l’usanza – anche romana – di regalare e di tenere in casa nel periodo del solstizio d’inverno dei rametti di sempreverdi quale buon auspicio e che, al massimo, preferisse agli abeti l’uso di agrifogli, le cui foglie sono appuntite come le spine della corona di Cristo e le bacche rosse come il suo sangue. Lo sviluppo poi delle foglie a gruppi di tre lo rende un perfetto simbolo della Trinità. Successivamente, tuttavia, la Chiesa scelse di inglobare le antiche usanze, giustificando tale appropriazione con l’idea che i culti pagani altro non fossero che una prefigurazione della rivelazione cristiana.
Dal quel momento la decorazione di piccoli abeti, immagine di vita, si diffuse senza argini, fino al fascismo.

La logica del Mussolini del Concordato Stato – Chiesa, non poteva che individuare nel presepe il perfetto simbolo italiano e cattolico.
Pare infatti che l’ideatore della messa in scena della natività sia stato San Francesco d’Assisi, che verrà proclamato – assieme a Santa Caterina da Siena – patrono principale d’Italia solo nel giugno del 1939, ben sei anni dopo la circolare prefettizia.
Le cronache riportano che la notte di Natale del 1223 il santo, a Greccio, nel Lazio, abbia rievocato la nascita di Gesù rappresentando l’evento, per rendere quanto più evocativa la propria messa e comprensibili molti riferimenti, benchè diversi particolari ormai classici degli allestimenti di presepi – come la grotta o la stalla, il bue e l’asinello – provengano più dal linguaggio dell’allegoria che dai vangeli canonici.

Una volta poi chiarita la posizione sugli alberi e sui presepi, il regime proseguì con l’utilizzo di altri appuntamenti del calendario religioso e della cultura contadina per propaganda e per mantenere il controllo sociale. Ecco così comparire “la befana fascista”, dove ai bimbi meno abbienti delle scuole un funzionario in camicia nera consegnava un dono a nome dello Stato e del duce – se la famiglia dello studente era iscritta al partito. La vecchina scalcinata venne così soppiantata dalla propaganda di regime.

Di tutto ciò non sono rimasti che racconti di bimbi delusi dall’essere stati privati dei doni o dei premi e poco altro, perché le tradizioni come le abitudini sono dure a morire e, dopo la dittatura, la guerra, l’occupazione, la fame e le macerie, ogni famiglia è tornata a decorare le feste come preferiva.

L’albero di Natale in piazza San Pietro (Foto di Alberto G. Rovi – CC BY-SA 3.0)

La Befana del duce, manifesto di propaganda fascista

Giotto, Il presepe di Greccio, Basilica di San Francesco, Assisi (Foto Wikipedia)

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